In estrema sintesi, ci sono due modi per far ottenere visibilità ad un sito internet: la prima è quella di creare contenuti ad alto valore qualitativo, in modo da dare risposte utili agli utenti interessati ad un certo argomento. L’altro è quello di sfruttare alcune caratteristiche degli algoritmi utilizzati dai motori di ricerca per cercare di “imbrogliarli”.

Fare “black hat SEO” significa operare nella secona maniera.

Mi spiego meglio, lo scopo di un motore di ricerca è quello di fornire agli utenti risultati il più pertinenti possibile alle loro ricerche. Ciò avviene in automatico, attraverso un algoritmo che cerca di simulare quello che farebbe un essere umano.

Conoscendo come funziona questo algoritmo, cioè come “ragiona” il motore, si può tentare di “fregarlo” creando contenuti a bassa qualità, ma fatti su misura per tale algoritmo.

Un esempio classico è il seguente: sappiamo che uno dei criteri dei motori per valutarne la pertinenza con una certa ricerca, è la presenza delle parole chiave cercate dall’utente all’interno del contenuto della pagina.

Se cerchiamo “macchina fotografica” su Google, appariranno sicuramente siti contenenti la parola “macchina fotografica” ripetuta più volte, perché ovviamente un sito che tratta dell’argomento lo menzionerà spesso all’interno delle sue pagine.

Aumentare appositamente la frequenza di parole chiave all’interno di un testo, o inserire testo e link nascosti (il classico testo dello stesso colore dello sfondo della pagina), è una maniera subdola per attirare il motore di ricerca, risparmiando tempo e fatica nello scrivere testi “normali” e di qualità.

La pagina potrebbe essere ritenuta valida dal motore di ricerca, anche se risulterà di scarsa qualità per il visitatore in carne ed ossa.

Perché “Black Hat”

Come aveva osservato il critico cinematografico Roger Ebert, parlando del film Shane del 1953, il cappello nero (black hat) era indossato nei classici film western dal cattivo, a cui si opponeva il cappello bianco del buono.

La metafora del cappello bianco / cappello nero (white hat / black hat) è stata poi ripresa in ambito informatico, prima riferita agli hacker, poi, negli ultimi anni, anche alla SEO.

Un black hat seo è quindi un esperto di posizionamento nei motori che non si avvale di tecniche lecite e consentite dalle linee guida dei motori di ricerca per scalare le serp, ma utilizza alcune tecniche deprecate dalle stesse linee guida (ad esempio pagine piene di keyword nascoste, link farm, doorway pages costruite in modo scorretto, etc.).

I rischi del black hat SEO

Il black hat SEO è estremamente rischioso: sebbene queste pratiche risultino a volte efficaci nell’immediato, è frequente che il successo delle tecniche di Black Hat si riveli temporaneo e soggetto a variazioni improvvise dovute alle contromisure degli stessi motori di ricerca.

Siti individuati come promossi attraverso tecniche disapprovate sono quasi sempre pesantemente penalizzati a livello di posizione nelle SERP, se non addirittura cancellati dagli indici dei motori.

I motori di ricerca, e Google in particolare, sono piuttosto inflessibili riguardo alle pratiche “black hat”, e nemmeno i grandi marchi vengono graziati dalla loro ira vendicativa.

E’ noto nel settore il caso della BMW Germania, il cui sito ufficiale fu “bannato” (e successivamente riammesso, dopo le scuse dell’azienda tedesca) nel 2006 dalle liste di Google perché scoperto ad impiegare doorway pages per migliorare ulteriormente il suo già più che soddisfacente posizionamento.

Le tecniche più comuni di black hat SEO

Qui c’è un elenco delle tecniche illecite più diffuse utilizzate dai black hat seo per migliorare il posizionamento di un sito sui motori di ricerca:

  • Testo e link nascosti: il classico testo dello stesso colore dello sfondo della pagina, tecnica vecchissima ma ancora utilizzata; i link nascosti sono link presenti ma non visibili, ed hanno lo stesso colore del testo, senza effetti “onmousehover“.
  • Pagine doorway o gateway: si tratta di pagine che non hanno vero contenuto, ma sono state create per essere indicizzate dai motori e “spingere” altre pagine interne del sito o di un altro sito. Non sono utili agli utenti, poiché non contengono informazioni di alcuna natura.
  • Cloaking: si tratta di una pagina creata appositamente per i motori di ricerca, diversa da quella che viene invece vista dagli utenti. In breve, quando viene identificato uno spider all’interno del sito, uno script gli mostra una versione differente della pagina web.
  • Keyword stuffing: questa tecnica consiste nell’aumentare la frequenza di parole chiave all’interno di un testo, con la speranza di aumentare la pertinenza del sito rispetto alla ricerca di quelle parole.
  • Desert scraping: è una tecnica che consiste nel prelevare contenuti non più indicizzati in Google (pagine di domini scaduti, contenuti di siti che sono stati cambiati) e riutilizzarli nei propri siti.
  • Link spam: utilizzare software o circuiti automatici di scambio link (link farm) per aumentare la popularity del sito in maniera non naturale.

La nostra posizione riguardo al black hat SEO

In conclusione, è bene diffidare sempre da chi fa uso di queste tecniche scorrette per ottenere risultati più facilmente e in più breve tempo, e suggeriamo di prendere le dovute precauzioni prima di affidarsi ad un esperto o agenzia SEO.

La SEO è un lavoro costante ed impegnativo, volto principalmente a creare valore qualitativo reale per gli utenti. E, come nella vita reale al di fuori della rete, chi cerca di imbrogliare prima o poi finisce per pagarne (quasi sempre) le conseguenze.

Abbiamo dunque pubblicato questo articolo solamente a scopo informativo, ma ricordiamo che Studio Samo non fa uso di tecniche black hat SEO per ottenere risultati di posizionamento sui motori di ricerca, ma segue le linee guida promosse dai motori (in particolare Google), al fine di ottenere risultati duraturi ed evitare rischi per inostri Clienti.

Per approfondire puoi leggere questo articolo.

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Showing 3 comments
  • Marco
    Rispondi

    Ottimo articolo, completo e ricco di consiglio!

    Interessante anche la storia di BMW, mi mancava!

  • Fabio
    Rispondi

    Ci sono in ballo ore di lavoro per dare visibilità ad un sito web , cercando di rispettare tutte le linee guida, ma la grande soddisfazione di vedere i risultati ottenuti non ha prezzo.

  • Gilean
    Rispondi

    Non conoscevo neanche io la storia di BMW. Sto iniziando a fare SEO per passione, e ci sono alcune cose che ancora mi risultano molto poco chiare. Questo articolo ne ha dipanate alcune, grazie!

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