In Social Media Marketing

Il mondo di Instagram sta cambiando, e anche piuttosto repentinamente. I cambiamenti continui dell’algoritmo e il test per l’eliminazione del conteggio dei like, infatti, hanno dato una bella scossa alla piattaforma, modificandola non poco. Tutto questo può aver messo in allerta gli esperti di marketing e di social network, che si trovano ora a dover gestire un social a cui Zuckerberg ha letteralmente cambiato i connotati.

Ma ecco che arriva immediatamente in soccorso lo studio che Quintly ha condotto sulle diverse performance dei post di Instagram. Per cercare di capire come i brand possono riscuotere successo sulla piattaforma sono stati analizzati più 34mila profili aziendali e oltre 5 milioni di post pubblicati tra Gennaio e Giugno del 2019. Quali sono le conclusioni della ricerca? Eccovele svelate.

Anzitutto, è stato dimostrato che, nonostante la crescente popolarità dei contenuti video, le immagini sono ancora la tipologia di contenuti più popolare per i brand. E anche con un margine piuttosto significativo.

Questo non ci stupisce affatto. D’altronde, è di gran lunga più semplice creare immagini ad effetto piuttosto che buoni video. Ma proprio la popolarità delle immagini rispetto ai video – e anche ai caroselli – dimostra come le aziende stiano perdendo opportunità significative sulla piattaforma. Almeno questo è quello che ha rilevato lo studio di Quintly.

Stando alla ricerca, i profili aziendali farebbero bene ad andare un po’ oltre le immagini per massimizzare le proprie performance su Instagram. I caroselli, ad esempio, vedono un’engagement maggiore rispetto alle immagini. Un dato che forse fareste bene a considerare nella vostra strategia di marketing nel prossimo 2020.

Al di là della tipologia dei contenuti, lo studio si è concentrato anche sulla correlazione tra la lunghezza delle didascalie e la performance dei post. A quanto pare, buona parte dei brand tende a scrivere più di 150 caratteri per ognuna delle didascalie, con molti che invece utilizzano addirittura più di 300 caratteri. Ma si tratta di una scelta azzeccata?

Da questo punto di vista, sono molto interessanti i risultati della ricerca di Quintly. Per i profili tra 1 e 10 milioni di follower, sembra che pubblicare senza didascalia sia l’opzione migliore per scatenare l’engagement. Per tutti gli altri, invece, didascalie tra 1 e 50 caratteri sembrano ottenere i migliori tassi di risposta. In poche parole, la didascalia breve sembra proprio essere la scelta migliore, anche se non è quella prediletta dai profili aziendali.

Ma al di là della lunghezza della didascalia, Quintly ha anche analizzato l’utilizzo delle emoji all’interno dei post, cercando di capire se queste potessero aiutare l’engagement in qualche modo.

Stando ai dati, la maggioranza dei profili aziendali non utilizza emoji nelle didascalie che accompagnano i post. Eppure dovrebbero, perché “maggiore è il numero di emoji utilizzate, maggiore è il numero di interazioni”. Certo, le emoji potrebbero risultare poco professionali per un profilo aziendale, eppure sono funzionali all’engagement. Fareste bene a provarle nei vostri post quindi, soprattutto considerando che le didascalie senza emoji vedono un livello di interazione davvero basso rispetto a quelle che invece ne hanno.

Infine, Quintly ha cercato di indagare anche il rapporto tra numero di hashtag e portata dei post, così da identificare la quantità precisa per massimizzare l’engagement. Chiaramente, lo studio ha riportato che i profili più piccoli usano più hashtag, mentre i più grandi non hanno affatto bisogno di utilizzarne così tanti.

Una scelta azzeccata, se si pensa che i profili più piccoli che utilizzano più hashtag si assicurano un engagement maggiore per ogni post. Maggiore è il tuo pubblico e minore sarà la necessità di utilizzare numerosi hashtag. In ogni caso, utilizzarli non fa mai male.

Tutto questo però va a contraddire lo studio di Quintly secondo cui non utilizzare gli hashtag sarebbe stata la soluzione ottimale per assicurarsi una buona interazione con il pubblico. C’è però da considerare che, in quel caso, erano stati analizzati soprattutto profili con oltre 10 milioni di follower. E come già detto, questi non richiedono affatto l’utilizzo di hashtag, data la grandezza del pubblico che li segue. La conclusione, quindi, era chiaramente quella che profili di questo genere sono in grado di ottenere un alto tasso di engagement anche senza utilizzare hashtag.

Se è vero che i profili grandi non hanno bisogno di hashtag, quelli più piccoli si trovano quasi costretti a ricorrere a quella visibilità che gli hashtag garantiscono. Ma perché allora i profili più grandi hanno un livello minore di engagement quando utilizzano gli hashtag? Potrebbe essere dovuto all’algoritmo di Instagram, che non premia questa scelta da parte dei brand con più follower, oppure semplicemente potrebbe dipendere da un minore apprezzamento del pubblico. Qualunque sia la motivazione, questo è un elemento da tenere in considerazione.

Un recente studio di Social Insider, a tal proposito, ha dimostrato come sia più conveniente – ai fini dell’engagement – aggiungere gli hashtag nella didascalia anziché nel primo commento al post. Insomma, avete abbastanza elementi a disposizione per capire davvero come massimizzare le performance dei vostri post. Cos’altro state aspettando?

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[ via socialmediatoday.com ]
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