In SEO

I link interni nofollow influenzano la SEO su Google, Bing e gli altri motori di ricerca? Ecco cosa risponde Jenny Halasz a Searchenginejournal.com

In molti siti e forum di settore dedicati alla SEO e all’indicizzazione nei motori di ricerca molto spesso, per non dire quotidianamente, i neofiti come i tanti professionisti SEO chiedono delucidazioni in merito a dubbi e difficoltà che incontrano durante il loro operato.

Nello specifico Dianne dalla California chiede: “uno dei miei strumenti SEO mi ha dato il seguente avviso di errore: Collegamento interno con l’attributo ‘nofollow’. L’utilizzo dell’attributo nofollow link comunica che non si sa se ci si fida di un link, quindi l’utilizzo su link interni renderà Google sospettoso.
I seguenti collegamenti interni utilizzano l’attributo nofollow. Dai link che stanno mostrando sembra che il mio pulsante “Rispondi a” per i commenti abbia un tag “nofollow”. Questo influenzerà la mia SEO per Google?”

Jenny Halasz, presidente e fondatore di JLH Marketing, risponde così: “No. Questo non influenzerà la tua SEO per Google, Bing o qualsiasi altro motore di ricerca.
Questo è il problema di utilizzare solo strumenti per fare SEO. Hanno la tendenza ad emergere un sacco di falsi positivi. Questo è necessario perché gli strumenti non riescono a capire le sfumature che gli esseri umani possono comprendere, ma può essere difficile quando la spiegazione fornita non è esattamente precisa”.

Come anche noi ripetiamo da sempre la difficoltà principale non è quella di utilizzare i tool on line che fanno SEO audit, ma principalmente quella di utilizzarli nel miglior modo possibile, analizzando correttamente i dati per riuscire a capire come essi possano e in che modo vadano ad impattare su sito web analizzato.

Ecco perché all’interno di un sito web è possibile utilizzare l’attributo nofollow in un link interno.

In generale possiamo anche dire che se non non si desidera che le pagine come le schermate di login o i commenti di un blog siano mostrati nella ricerca, l’attributo nofollow è un buon modo per raggiungere questo obiettivo.

Nel caso specifico, probabilmente perché si utilizza un CMS come WordPress potrebbe essere che il plugin per i commenti sia stato settato appositamente in questa modalità di default.

Anche perché, se ci pensiamo un attimo, non ci sono poi così tante ragioni per andare ad utilizzare un link follow, proprio perché non c’è una buona ragione per permettere alle persone di collegarsi direttamente a quelle pagine, fosse solo perché non c’è un reale motivo perché appaiano nei risultati di ricerca.

Quindi l’attributo nofollow è un modo completamente accettabile per gestire con semplicità queste situazioni particolari.

Ecco perché è sempre bene, oltre ad utilizzare tutti gli strumenti di analisi SEO a disposizione, di cercare le definizioni dei termini (su Google o Bing) e pensare allo scopo di questi comandi in un contesto più ampio.

Cosa è e come funziona il link nofollow

Erroneamente si pensa che Google abbia inventato l’attributo “nofollow”, ma in realtà non è così. Nofollow è un microformato su cui Matt Cutts (ex di Google) e Jason Shellen (ex di Blogger) hanno collaborato.

Secondo la definizione ufficiale, nofollow “(…) indicates that the referred resource was not necessarily linked to by the author of the page, and thus said reference should not afford the referred resource any additional weight or ranking by user agents”. Come a dire che nofollow indica che la risorsa a cui si fa riferimento non era necessariamente collegata all’autore della pagina, e quindi tale riferimento non dovrebbe consentire alla risorsa in questione di conferire alcun peso aggiuntivo o apportare modifiche al ranking  da parte degli user agent.

Mentre i professionisti SEO si sono abituati, ormai da anni, per non dire da sempre, al nofollow come una operazione di “non seguire il link” perché è quello che Google dice di fare, in verità nella definizione originale il concetto è ben diverso, anche perché in una delle ultime dichiarazioni di John Mueller per Google il nofollow Link serve a concentrarsi sul contenuto.

Ci sono due parole chiave significative in questa definizione: la prima è “autore della pagina”, che indica che nofollow dovrebbe essere utilizzato in casi come i commenti del blog o la pubblicità, dove l’autore non è direttamente responsabile per il contenuto collegato. Il secondo è l’ “additional weight”.

Quindi non c’è di cui sorprendersi se, ad esempio, Yahoo, Bing, Bing, Ask e Baidu non trattano l’attributo nofollow allo stesso modo che Google.

Il link nofollow è uno strumento utile, anche se a volte usato in modo eccessivo nei toolkit SEO, tanto che mesi fa scrivemmo di come il nofollow non ha salvato Google dallo spam ed è anche per questo motivo che il pensare che “l’utilizzo dei link interni nofollow renda Google sospettoso” è falso.

Inoltre è sempre bene ricordare che il nofollow funziona solo per tenere le pagine fuori dai risultati della ricerca se è anche associato a un comando noindex sulla pagina di destinazione e non ci sono altri link che rimandano alla pagina.

 

 

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