La filosofia del dialogo: avere vent’anni significa prendere botte, oggi
Comunicato di "Università bene comune" - Conpass, R29A, Flc, Docenti preoccupati, una nuova primavera per la scuola pubblica, CPU.
Il 10 maggio, al Lingotto di Torino, è successo ciò che spesso viene relegato in qualche articoletto di quinta pagina: un gruppo di studenti che volevano partecipare al convegno "avere vent'anni oggi", con la presenza anche del ministro Profumo, regolarmente accreditati e alla ricerca di "confronto" e "dialogo", sono stati caricati e dispersi senza alcun motivo dalle forze dell'ordine.
Capita spesso di leggere, nelle dichiarazioni dei nostri governanti, tecnici o politici che siano (la contrapposizione è evidentemente fittizia, ma paghiamo pure il tributo alla moda del momento) una ferma testimonianza della disponibilità al "dialogo". La parola ha un'etimologia evidente: dià légo, “parlo fra" o anche "parlo contro". Ne deriva la bella parola "dialettica", sale della democrazia: significa ammettere che vi possa essere divergenza di opinione, su temi che interessano quelle persone che intendono "parlare fra [loro]" o anche "parlare contro [le posizioni che non accettano]". Attenzione: qui si parla di dialogo tra intellettualmente onesti, è quel “parlar contro” che non va confuso con la satira, la diffamazione o, estremizzando, la calunnia.
Ma osservando ciò che è avvenuto a Torino, con ragazzi caricati dalla polizia solo perché esistenti in quel luogo, in quel momento, con quelle credenziali di vita e di passione politica, viene da chiedersi se il dialogo è ancora ammesso in questo Paese. O siamo tutti obbligati al cicaleccio del “parlare assieme”, del colloquio postulante, infantile, con esclusione del dialogo confrontante, maturo?
I fatti del 10 maggio a Torino rivelano una volta di più l'abissale distanza tra la dichiarazione di facciata e la effettiva disponibilità come progetto dell'agire. Gli studenti e i loro rappresentanti si iscrivono regolarmente ad un pubblico evento, dichiaratamente aperto alla partecipazione. Essendo però essi su posizioni “dialogiche”, le forze dell'ordine ne inibiscono l'accesso, il dialogo è negato, la manifestazione stessa della propria opinione, una delle così dette facoltà inalienabili, tale dichiarata, prima che da ogni costituzione positiva, fin dal più liberale dei liberali, John Locke, viene alienata. Transenne, cordone della polizia in assetto antisommossa, qualche botta. Evviva il dialogo.
Viene in mente la tesi bene espressa da Bevilacqua in “Elogio del radicalismo”: i peggiori estremisti sono oggi i così detti moderati; quelli che, in virtù di una forma priva di sostanza, si ergono a paladini di ogni ingiustizia dello status quo, garantendone la perpetuazione.
Oggi, in nome della “legalità”, dopo avere rubato il futuro a due generazioni, con una stampa e una televisione, salvo rare eccezioni, di regime, ci si avvia a negare anche il dialogo, e senza dubbio il dissenso. Nelle seconde votazioni che organizzò nel ventennio, nel 1929, Mussolini ebbe il 98,3% di consenso. Gli "elettori" potevano solo dire SI o NO a una lista di persone indicate dal Gran Consiglio del fascismo. E' questa l'idea che oggi si ha del "dialogo" e del "confronto"? Se dici SI va bene ma se dici NO ti meno? Se dobbiamo finire in quel 1,7%, in nome della finanza, del mercato, della BCE, della Merkel e di un'idea di futuro appaltata alla speculazione, per favore ditecelo subito, così ci mettiamo il cuore in pace.
Come docenti e lavoratori della conoscenza, siamo tuttavia costretti dalla nostra etica, oltre che dalla nostra razionalità a dire che queste prassi di alterigia, di rifiuto del dialogo, di ricorso a una violenza sottile perché praticata entro i limiti di una presunta legittimità, ideata e normata da una classe dirigente corrotta, poco intelligente e poco colta, è fenomeno ricorrente e sistematicamente perdente nella storia dell'umanità. Noi siamo qui a testimoniare la nostra solidarietà con i nostri studenti, ai quali ora si limita in tutti i modi l'accesso agli studi, ai servizi, al lavoro, al futuro, persino al dissenso. Noi non ci sentiamo dalla parte dei nostri politici, ma da quella dei nostri ragazzi, che vogliono dia-logare, almeno, e magari non prendersi, per questo, delle botte.
Associazione Una Nuova Primavera per la Scuola Pubblica CoNPAss - Coordinamento Nazionale Professori Associati Coordinamento nazionale precari della conoscenza Flc Cgil CPU - Coordinamento Precari Università Docenti Preoccupati Forum nazionale della docenza universitaria Flc Cgil Rete 29 Aprile - Ricercatori per un'università pubblica, libera e aperta
E’ in corso il controsondaggio sul valore legale del titolo di studio
L'abolizione del valore legale del titolo di studio è il tentativo decisivo da parte di chi ha una visione privatistica e neoliberista di finire di distruggere l'università pubblica.Contrastiamo questa iniziativa esprimendoci rispondendo a un sondaggio "neutro", e non tendenzioso come quello che sta proponendo il MIUR
Per vedere una breve sintesi della conferenza stampa clicca qui
Lettera di Giovanna Campani al Presidente Napolitano
Similitudini e diversita’ tra il bando del Comune e quello dell’Ateneo
Gianni Porzi
Ciò che sta vivendo l’Ateneo di Bologna è una vicenda analoga a quanto accadde lo scorso anno nel Comune di Bologna. Tutti ricorderanno infatti che il Sindaco Merola nominò un Comitato di “saggi” per selezionare i curricula di candidati a poltrone molto importanti. Uno dei tre saggi era il giuslavorista prof. Montuschi che, caso vuole, è stato nominato dal Rettore a far parte anche del Comitato di esperti che deve selezionare (insieme ad altri quattro Colleghi) una rosa di candidati per il nuovo CdA dell’Ateneo.
Tra le due vicende vi sono però delle diversità e cioè mentre il Sindaco Merola rese pubbliche sul sito web del Comune le oltre 500 candidature e le indicazioni dei saggi - come dichiarò l’Assessore Lepore - ciò non sta avvenendo in Ateneo dove tutto è scrupolosamente secretato, perfino i nomi dei circa 60 candidati che hanno inviato il proprio curriculum, nonostante si tratti di una selezione pubblica. Inoltre, mentre il parere dei tre saggi nominati dal Sindaco non era vincolante, nel caso dell’Ateneo la selezione operata dal Comitato è insindacabile. Alla mancanza di trasparenza quindi si aggiunge una sorta di blindatura non riscontrabile nemmeno nel caso dei concorsi universitari (tutti gli atti sono pubblici, dai curricula di tutti i partecipanti ai relativi giudizi dei commissari).
E’ proprio a tale proposito che ritengo interessante ricordare alcune dichiarazioni del prof. Montuschi apparse sul “Corriere di Bologna.it” il 4/8/2011 a garanzia non solo della correttezza del suo operato, ma anche della trasparenza. Infatti, il prof. Montuschi affermò che “era necessario che fossero pubblicate, mica abbiamo passato una settimana a vagliare 512 curricula per niente. Doveva essere chiaro a tutti che noi siamo inavvicinabili. Non ho mai ascoltato richieste mentre sceglievo i nomi più competenti e naturalmente qualcuna è arrivata. Ho già messo in conto di perdere qualche amico per questo incarico (spero non sia messo in condizione di doverne perdere altri per l’attuale incarico in Ateneo !!). Abbiamo chiesto all’Amministrazione che venissero pubblicate le nostre indicazioni, anzi selezioni, per una questione di trasparenza. Non abbiamo niente da nascondere” (spero abbia fatto analoga richiesta anche all’Amministrazione dell’Ateneo).
Altrettanto interessanti sono le dichiarazioni che il prof. Pombeni rilasciò a “Il Fatto quotidiano” del 13/6/2011, proprio in merito alla selezione affidata al Comitato dei saggi nominato dal Sindaco Merola. Secondo il politologo prof. Pombeni sarebbe stata una “pantomima” che poteva essere evitata e aggiungeva: “E’ come se per fare una nomina bandissi un concorso e poi lo truccassi, perché alla fine voglio il mio risultato. Se il Sindaco vuole quel risultato e quei nomi, se ne assuma la responsabilità senza fare il concorso ….. oppure vada fino in fondo e lo faccia gestire da “saggi” non legati alla sua parte politica”.
Ora, viene spontaneo chiedere al prof. Pombeni se ritiene che le sue affermazioni valgano solo per il Comune e non anche per l’Ateneo.
La trasparenza. Ancora un tabu’ per l’Alma Mater?
Gianni Porzi
L’Università di Bologna ha appena eletto il nuovo Senato Accademico che dovrà poi nominare il nuovo Consiglio di Amministrazione. In base alla Legge 240, la nota Legge di riforma Gelmini, i nuovi Organi Accademici avranno composizione e funzioni molto diverse rispetto agli attuali. Il primo è chiamato a formulare proposte e pareri in materia di didattica, di ricerca e di servizi agli studenti, mentre il CdA è l’Organo in cui viene concentrato tutto il potere decisionale (indirizzo strategico, programmazione finanziaria, approvazione bilanci, attivazione o soppressione di Corsi e Sedi, …..). Da membro uscente del CdA, auspico che entrambi gli Organi Accademici possano svolgere il proprio ruolo in piena autonomia e nella consapevolezza della rilevante responsabilità che hanno nel governare l’Alma Mater e non abbiano, come a volte accaduto in passato, un mero ruolo notarile, legittimando cioè decisioni prese altrove. Autonomia e responsabilità decisionale, in particolare nel caso del CdA, dipendono principalmente dall’atteggiamento consapevole dei Consiglieri che sono chiamati a svolgere un compito di grande responsabilità morale e giuridica.
Auspico anche che si possa realizzare quella “trasparenza” che molti chiedono da tempo, ma che é ancora lungi dall’essere attuata. Personalmente ho fatto tentativi, sia col precedente Rettore Calzolari che con l’attuale, perché i verbali degli Organi Accademici fossero accessibili quantomeno a tutto il personale dell’Ateneo, docente e non docente. Purtroppo senza successo e il tema “trasparenza” sembra essere ancora un tabù per l’Alma Mater. E pensare che vi sono Atenei che rendono accessibili i verbali degli Organi Accademici a tutti, sono addirittura pubblici, cioè consultabili via internet. Senza arrivare alla totale pubblicità dei verbali (anche se essendo l’Università un’Istituzione pubblica che usufruisce dei contributi dello Stato dovrebbe mostrare la massima trasparenza), ritengo che tali atti dovrebbero essere accessibili quantomeno al personale dell’Ateneo che, oltretutto, è il più direttamente interessato per vari motivi. Non ritengo sia cosa semplice realizzare la trasparenza dei verbali perché, anche in una recente seduta del CdA, nella quale colsi l’occasione per trattare il tema trasparenza, ho potuto verificare una certa resistenza da parte dei Vertici dell’Ateneo. Tutto ciò, sebbene anche il nuovo Statuto dedichi alla “Trasparenza” il comma 2 dell’art. 3 che garantisce adeguata pubblicità delle deliberazioni assunte dagli Organi accademici e degli atti che compongono i relativi riferimenti, nel rispetto ovviamente della legge sulla privacy. Purtroppo, troppo spesso i principi vengono enunciati, ma poi non sempre rispettati. Questa potrebbe essere una delle sfide, non marginali, dei nuovi Organi Accademici.
MIUR ricorre contro alcuni Atenei : partita ancora aperta sugli Statuti
Gianni Porzi
In occasione dell’approvazione dello Statuto, il 27 luglio dello scorso anno, votai contro il testo proposto perché non condividevo che l’Ateneo avesse scelto un tipo di governance verticistica/centralistica e non avesse invece sfruttato quegli spazi, seppur limitati, che concedeva la Lg. 240 per inserire momenti di democrazia partecipata e rappresentativa, come avevano peraltro fatto altri Atenei. Il 7 dicembre dello scorso anno, in occasione dell’approvazione delle modifiche statutarie a seguito dei rilievi ministeriali, riconfermai la mia contrarietà e il Rettore, riferendosi alle mie osservazioni, disse che “ci sarebbero stati altri Rettori non democratici”, affermazione apparsa anche sul quotidiano “La Voce” dell’8/12/’11 (http://www.magazine.unibo.it/RassegnaStampa/17YL/17YL3W.pdf)
Innanzi tutto, ritengo sia improprio parlare di Rettori più o meno democratici perché la responsabilità dell’approvazione degli Statuti era in capo agli OO.AA., o almeno così doveva essere in base alla Lg. 240. C’è stato ad esempio l’Ateneo del Salento il cui il CdA, in piena autonomia (cosa in genere inusuale) ebbe il coraggio di non esprimere parere favorevole sullo Statuto proposto dalla Commissione.
In secondo luogo, l’affermazione del Rettore mi sembrò tesa più che altro a dare una giustificazione, peraltro poco significativa, della propria posizione. Vorrei sottolineare che vi sono stati Atenei che hanno fatto una scelta democratica prevedendo l’eleggibilità dei membri interni del CdA e hanno poi respinto i rilievi ministeriali incentrati su tale modalità di scelta dei Consiglieri.
Con mia grande soddisfazione, l’Ateneo di Genova, al cui Rettore il 23 novembre scorso inviai un appello a non cedere a certi rilievi ministeriali e al quale mi permisi anche di suggerire la mia proposta, introdusse nello Statuto la modalità elettiva dei membri interni del CdA come da me suggerito, opzione che invece non fu accettata dal nostro Rettore Dionigi (nemo propheta in patria). Il Ministero ha fatto poi ricorso al TAR Liguria che si pronuncerà il prossimo 17 maggio.
Analogamente, il Politecnico di Torino ha mantenuto l’eleggibilità dei Consiglieri interni, respingendo quindi i rilievi del Ministero e subendo così il ricorso ministeriale al TAR Piemonte che si pronuncerà il 17 giugno p.v.
Anche gli Atenei di Firenze, Trieste, Palermo e Pisa hanno mantenuto la modalità elettiva dei membri interni del CdA, incuranti dei rilievi ministeriali. Il Rettore di quest’ultimo Ateneo, il prof. Augello, ha dichiarato : "Il Ministero ha ritenuto vietato tutto ciò che non è esplicitamente consentito nella Legge. A nostro parere così viene violato il principio di autonomia dell'Università, autonomia che Pisa ha tutta l'intenzione di mantenere”. E il Prorettore per gli Affari Giuridici, prof. Dal Canto, ha aggiunto che “una scelta può essere fatta in molti modi, dunque anche attraverso le elezioni : infatti, elezione deriva dal latino eligere, che significa scegliere.” Il Rettore dell’Università di Trieste prof. Peroni, a difesa del meccanismo elettivo adottato per la scelta dei membri interni del CdA, ha affermato che “la Legge non contiene elementi di incontrovertibile divieto, e noi abbiamo difeso questo ulteriore passaggio democratico, che un’altra volta garantisce la maggiore partecipazione di tutti”.
Tali dichiarazioni ritengo che dovrebbero pesare come macigni per coloro che non hanno fatto la scelta democratica della elezione.
Vi sono quindi sei Atenei, peraltro non certamente di serie B, che hanno respinto i rilievi ministeriali relativi alla modalità elettiva dei membri interni del CdA. Mi verrebbe da dire “pochi, ma buoni”.
A questi va aggiunta l’Università di Parma, alla quale il Ministero aveva rinviato per due volte lo Statuto (cosa peraltro incomprensibile) che ha mantenuto l’eleggibilità dei membri interni del CdA. Un fatto singolare è quanto accaduto a tale Ateneo. Infatti, non solo ha ricevuto in due momenti diversi osservazioni dal MIUR, e sempre sulla prima versione dello Statuto, ma mentre la prima volta, quando era ancora Ministro l’On. Gelmini, il MIUR non aveva fatto rilievi sulle modalità di nomina del CdA, la seconda volta, quando era già insediato il Ministro prof. Profumo, veniva invece contestata l’eleggibilità dei membri interni del CdA. Evidentemente, con l’insediamento del nuovo Ministro l’atteggiamento del MIUR è cambiato.
Ritengo infine molto interessante rilevare che nell’Università di Parma tutte le modifiche statutarie sono state votate non solo articolo per articolo, ma addirittura comma per comma e distinguendo il tipo di maggioranza, cioè se all’unanimità o a maggioranza qualificata, come risulta dal verbale a tutti accessibile all’insegna di quella trasparenza che ancora non esiste invece nel nostro Ateneo. A Bologna, al contrario, le modifiche statutarie sono state messe in votazione in blocco, non avendo il Rettore ritenuto opportuno votare singolarmente gli articoli modificati (anche se il risultato sarebbe stato lo stesso).
Sulla qualifica di PAM (Professore Alma Mater)
Le due Coree e l’Italia
Maurizio Matteuzzi
Da quel che si capisce dai giornali, la Corea del Nord ha il quarto esercito del mondo. Da quel che so, la Corea del Sud è tra i paesi più avanzati in diversi settori industriali, dalle automobili alla computer science.
Ecco il punto. Può la piccola Corea del Nord, Paese tra i più poveri del mondo, avere il quarto esercito del mondo? Pensiamo a mente fredda: spazzerebbe via l'Italia senza troppi problemi, salvo il solito ombrello americano. Può la Corea del Sud fare meglio dei nostri politecnici, della nostra “storica” tecnologia? Nei primi anni cinquanta noi producemmo l'ELEA, uno dei primi computer elettronici, solo poco in ritardo con gli Stati Uniti e l'Inghilterra, pionieri in tutti i sensi.
Qui al filosofo si impone la domanda sull'essere e il dover essere, su ciò che siamo e su ciò che vogliamo diventare. Come fa un Paese tra i più poveri ad avere un esercito così imponente? Semplice, affama la gente e investe una quota di PIL stratosferica per le armi. Può un Paese sostanzialmente marginale diventare leader nelle nuove tecnologie? Ebbene sì, investe il 6% del PIL in ricerca. Le controprove empiriche sono sotto gli occhi di tutti, fatta pure la tara alle interpretazioni giornalistiche.
Allora il punto è: che tipo di Corea si attaglia all'Italia? Il nostro futuro è fatto di otto milioni di baionette, e di qualche jet scartato già a priori anche dagli USA per la sua incomparabilità con gli analoghi della concorrenza? Rubando, per averli, i diritti acquisiti dei pensionati?
Che Corea siamo, o vorremmo essere, cosa siamo capaci di fare noi?
Mah, il Paese di Leonardo e di Galileo forse dovrebbe far altro; per il futuro dei nostri giovani, non certo per noi
Che corea saremo?
Le due Coree e l'Italia
Da quel che si capisce dai giornali, la Corea del Nord ha il quarto esercito del mondo. Da quel che so, la Corea del Sud è tra i paesi più avanzati in diversi settori industriali, dalle automobili alla computer science.
Ecco il punto. Può la piccola Corea del Nord, Paese tra i più poveri del mondo, avere il quarto esercito del mondo? Pensiamo a mente fredda: spazzerebbe via l'Italia senza troppi problemi, salvo il solito ombrello americano. Può la Corea del Sud fare meglio dei nostri politecnici, della nostra “storica” tecnologia? Nei primi anni cinquanta noi producemmo l'ELEA, uno dei primi computer elettronici, solo poco in ritardo con gli Stati Uniti e l'Inghilterra, pionieri in tutti i sensi.
Qui al filosofo si impone la domanda sull'essere e il dover essere, su ciò che siamo e su ciò che vogliamo diventare. Come fa un Paese tra i più poveri ad avere un esercito così imponente? Semplice, affama la gente e investe una quota di PIL stratosferica per le armi. Può un Paese sostanzialmente marginale diventare leader nelle nuove tecnologie? Ebbene sì, investe il 6% del PIL in ricerca. Le controprove empiriche sono sotto gli occhi di tutti, fatta pure la tara alle interpretazioni giornalistiche.
Allora il punto è: che tipo di Corea si attaglia all'Italia? Il nostro futuro è fatto di otto milioni di baionette, e di qualche jet scartato già a priori anche dagli USA per la sua incomparabilità con gli analoghi della concorrenza? Rubando, per averli, i diritti acquisiti dei pensionati?
Che Corea siamo, o vorremmo essere, cosa siamo capaci di fare noi?
Mah, il Paese di Leonardo e di Galileo forse dovrebbe far altro; per il futuro dei nostri giovani, non certo per noi
Le due Coree e l'Italia
Da quel che si capisce dai giornali, la Corea del Nord ha il quarto esercito del mondo. Da quel che so, la Corea del Sud è tra i paesi più avanzati in diversi settori industriali, dalle automobili alla computer science.
Ecco il punto. Può la piccola Corea del Nord, Paese tra i più poveri del mondo, avere il quarto esercito del mondo? Pensiamo a mente fredda: spazzerebbe via l'Italia senza troppi problemi, salvo il solito ombrello americano. Può la Corea del Sud fare meglio dei nostri politecnici, della nostra “storica” tecnologia? Nei primi anni cinquanta noi producemmo l'ELEA, uno dei primi computer elettronici, solo poco in ritardo con gli Stati Uniti e l'Inghilterra, pionieri in tutti i sensi.
Qui al filosofo si impone la domanda sull'essere e il dover essere, su ciò che siamo e su ciò che vogliamo diventare. Come fa un Paese tra i più poveri ad avere un esercito così imponente? Semplice, affama la gente e investe una quota di PIL stratosferica per le armi. Può un Paese sostanzialmente marginale diventare leader nelle nuove tecnologie? Ebbene sì, investe il 6% del PIL in ricerca. Le controprove empiriche sono sotto gli occhi di tutti, fatta pure la tara alle interpretazioni giornalistiche.
Allora il punto è: che tipo di Corea si attaglia all'Italia? Il nostro futuro è fatto di otto milioni di baionette, e di qualche jet scartato già a priori anche dagli USA per la sua incomparabilità con gli analoghi della concorrenza? Rubando, per averli, i diritti acquisiti dei pensionati?
Che Corea siamo, o vorremmo essere, cosa siamo capaci di fare noi?
Mah, il Paese di Leonardo e di Galileo forse dovrebbe far altro; per il futuro dei nostri giovani, non certo per noi
Appello per la Grecia
Appello per la GRECIA - Intervista a Sergio Cofferati - Guarda il video
Appello solidarietà popolo greco
“We are indeed very puzzled, even devastated to see all this happen, and our hopes for the future crumble. Each day i try to find something inspiring and bright to tell my daughter, but it is not at all easy. And then i look at my mother, who has worked all her life very hard and raised me by herself, and i feel i cannot even protect her as much as i ought to. Sorry to be so personal, but all this touches us all in so many ways. And despite the responsibility that we have for our economy, it was not all of us who stole or exploited, and so it hurts even more.”
Questa mail è stata inviata da una collega che lavora in una Università ateniese. I programmi d’austerità imposti dalla cosidetta troika formata da Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea il cui obiettivo ufficiale è rendere competitiva l’economia greca, stanno distruggendo la vita delle persone nel paese che è stato la culla di quella che viene considerata la civiltà europea –e che tale continua ad essere definita – nonostante le orrende barbarie perpetrate da altre nazioni del continente – proprio grazie alla filiazione filosofica e artistica ellenica.
Sulla crisi greca, esistono fiumi di analisi, spesso divergenti, ma da qualsiasi parte si voglia analizzare la situazione, appare evidente l’incapacità dei dirigenti europei di affrontare i problemi di un paese che rappresenta il 3% del PIL europeo! Quegli stessi dirigenti stanno ora infangando i valori su cui dovrebbe essere fondata l’Europa, favorendo una continua violazione dei diritti umani nei confronti dei gruppi vulnerabili greci. Per fare un solo esempio, un recente reportage della BBC rivela che i genitori greci sono troppo poveri per occuparsi dei loro bambini, che vengono abbandonati negli asili o davanti alle porte delle Chiese. The Greek parents too poor to care for their children by Chloe Hadjimatheou
BBC World Service, Athens
http://www.bbc.co.uk/news/magazine-16472310
Mentre i bambini greci sono affamati, Le Devoir di Montréal, che copre la crisi greca molto meglio di tanta stampa nostrana, rivela, in un editoriale del 6 febbraio 2012, gli interessi nascosti di gruppi economici tedeschi e francesi nei confronti delle privatizzazioni imposte alla Grecia, interesse non certo estraneo alle imposizione delle misure.
http://www.ledevoir.com/international/europe/341896/crise-grecque-exasperant
“C'est bien simple: à Berlin, mais aussi dans d'autres capitales, on juge que le programme de privatisation des joyaux de la couronne grecque évolue à un rythme beaucoup trop lent. Si lent, d'ailleurs, que le premier ministre grec, le technocrate Lucas Papadémos, a effectivement annoncé que la conclusion du programme en question avait été retardée de trois ans, soit 2020 au lieu de 2017. Son argument? Présider à une vente de feu reviendrait à brader certaines sociétés publiques sur lesquelles, murmure-t-on à la Bourse de Francfort comme à celle de Paris, des entreprises allemandes et françaises avaient un oeil.”
In questo contesto drammatico, noi, cittadini europei professionalmente impegnati nella ricerca e nella docenza destinata alle istituzioni di higher education, sentiamo il dovere di rivolgere un appello ai colleghi degli altri paesi, perché esprimano la loro solidarietà al popolo greco e si facciano attivi promotori di un rapido cambiamento della leadership dell’Unione, per scongiurare il tradimento dei valori promossi dai padri fondatori e riportare l’Europa nella prospettiva della solidarietà e dei diritti.
Primi firmatari:
Giovanna Campani, Maurizio Matteuzzi, Giulia Jaculli, Leonardo Altieri, Alessandra Maltoni, Giorgio Tassinari, Raffaella Baldelli, Sergio Brasini, Angelo Errani, Maria Paola Francesca Gagliardi, Gabriele Bersani Berseli, Luciano Gualandri (Università di Bologna, Itália),
Giovanna Campani, Carlo Catarsi, Tiziana Chiappelli (Università di Firenze, Italia), Elia Vetrano (Sun Napoli), Calogero Massimo Cammalleri (Università di Palermo)
Maria José Casa-Nova (Universidade do Minho, Portogallo),
Nicos Trimklikiotis (Università di Nicosia, Cipro),
Mojca Painik (Mirovdni Institut, Lubiana, Slovenia),
Maria Kontos (Università di Francoforte, Germania).

